C’era una volta il calcio…


Il gioco del calcio è lo sport nazionale per eccellenza non solo in Italia; l’unico che unisce in un comune sentimento di entusiasmo e partecipazione tutte le fasce sociali, che riesce a tenere desta l’attenzione ben prima e ben dopo l’ora e mezza di durata della partita e che in ricorrenze eccezionali (mondiali, europei) riesce a risvegliare in tutti il sentimento assopito di amore per la patria. Che sia il mezzo televisivo o la visione diretta a comunicare le immagini del gioco, l’eccitazione del pubblico si mantiene sempre a un livello molto alto e la tensione quasi mai si acquieta con la fine del gioco ma ha modo di scaricarsi successivamente nelle strade cittadine, coinvolgendo anche chi si dichiara calcisticamente “astemio”; categoria sempre più in via d’estinzione. È un gioco che, proiettato oltre gli stadi, si reinventa quotidianamente nelle migliaia di campi sportivi più o meno improvvisati, nelle scuole, nei cortili delle case e negli oratori, ovunque si ritrovino un gruppo di ragazzi intorno a un pallone. Nel tempo giornalisti, fotografi, filosofi, pittori, scultori e anche importanti poeti come Giacomo Leopardi e Umberto Saba, hanno trovato nel calcio la loro ispirazione. In effetti, nelle origini di questo sport, c’è tanto di poetico e tante sono le storie che ci rendono tutti nostalgici di un calcio che è mutato lentamente e ha perso tutto quello stile un po’ “english” che lo ha sempre caratterizzato. C’è chi dice che il calcio rifletta al meglio la cultura di un popolo e, se questo fosse vero, da “fratelli d’Italia” dovremmo tutti preoccuparci. Da bella favola qual’era, il gioco della palla rotonda, si è trasformato in una guerra con scandali, corruzione e, perché no, feriti e anche morti (è normale morire per un gioco?). Dagli incidenti in cui, nel 2007, perse la vita l’Ispettore capo della Polizia Filippo Raciti, dall’eventuale blocco dei campionati alla morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, dal grande scandalo di Calciopoli del 2006 al razzismo che dilaga negli stadi: tutto fa brodo ma per capire il perché di questa degenerazione totale urge una “ripassatina” della storia del calcio italiano per scoprire che nulla di nuovo c’è sotto il sole e che il football di casa nostra non è mai stato tutto rose e fiori ma ha saputo solo recitare bene una parte per tanti anni. All’estero non se la passano tanto meglio, indice del fatto che l’uomo è uguale dappertutto, vedi gli scandali a “luci rosse” del campionato Inglese (culla del calcio) e l’exploit negativo della Cina. Infatti proprio il paese che voleva diventare il più grande mercato calcistico del mondo, ora rischia davvero che del calcio possa osservare solo gli stadi vuoti. In Cina è appena scoppiata la Calciopoli del Paese più grande al mondo e, rispettando le proporzioni, rischia di far sembrare quella italiana e quella europea soltanto roba da dilettanti. Le accuse sono le più disparate e vanno dalle scommesse illecite alla corruzione, dai risultati ritoccati, alla prostituzione (tutto il mondo è paese). Cultura si o cultura no, ciò non significa che comunque anche il calcio non abbia le sue responsabilità, in particolare dirigenti che troppo spesso aizzano e polemizzano dimenticandosi degli aspetti puramente sportivi. Anche nulle trasmissioni televisive, le immagini dei gol vengono sempre proposte attorno alla mezzanotte e si cerca sempre di dare risalto alle polemiche, alle risse, di fomentare le proteste, mettendo in terzo piano (nemmeno in secondo), le prodezze e i gesti balistici. In questo modo il football ha assunto sempre più una fisionomia diseducativa e negativa anche perché ormai è divenuto puro affare economico. Siamo nell’era del calcio-business. E pensare che agli albori di questo sport i calciatori guadagnavano il necessario per sfamare la propria famiglia, oggi hanno un paio di Ferrari in garage. Si signori, bisogna dirlo: gli interessi economici hanno sopraffatto i valori etici. Dove trovare dunque delle motivazioni concrete affinché questo sport possa continuare e  quell’affare rotondo possa continuare a gonfiare quelle reti bianche? Aspetti positivi fortunatamente ce ne sono tanti. Il calcio è un modo per socializzare. I bambini che iniziano a giocare imparano a confrontarsi con gli altri, a lavorare tutti insieme e a fare “squadra”(nella vita, da soli, si va poco lontano). Innumerevoli sono le emozioni che questo sport riesce ancora a trasmettere. Subire un gol a tempo scaduto e perdere una partita può dare infinita tristezza, farlo a tempo scaduto e vincere una partita ti può mandare in estasi. Emozioni forti come quelle del mondiale 2006 vinto dall’Italia dopo un’annata di scandali: riscatto. Il calcio deve continuare a vivere per tutti quei ragazzi brasiliani che attraverso questo sport vengono allontanati dal mondo della miseria, della droga e della criminalità ed è proprio il calcio“carioca” che trasmette sentimenti fondamentali che si stanno smarrendo: felicità e divertimento che sono l’essenza di ciò che si può definire un gioco. Non è un’utopia, bisogna ritornare ai vecchi valori. Il calcio dovrebbe essere dappertutto espressione di divertimento; dovrebbe trasmettere il rispetto per l’avversario e l’accettazione della sconfitta; dovrebbe unire e non dividere. Un giorno ci piacerebbe poter non usare più tutti questi condizionali, ci piacerebbe che non ci fossero più morti e ne feriti per uno sport, ci piacerebbe che il razzismo sparisse dai campi di calcio. Lo sport, è voglia di vincere, è competizione, ma è anche saper accettare le sconfitte. Ecco perché “the show must go on”.

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