Archivio per febbraio 2009

Il razzismo degli “Italieni”


xenofobia02Emmanuel Bonsu Foster ha 22 anni ed è originario del Ghana. Vive in Italia con i suoi genitori da quando aveva 13 anni. Un tardo pomeriggio dello scorso settembre Foster aspettava su una panchina di un parco di Parma che cominciassero le lezioni serali nel vicino istituto tecnico. Sette agenti della polizia municipale sono arrivati all’improvviso e l’hanno spinto per terra. L’hanno picchiato e preso a calci, l’hanno malmenato di nuovo nella volante, l’hanno spogliato per perquisirlo, l’hanno chiamato “scimmia” e “negro”, gli hanno fatto delle foto in stile Abu Ghraib e, dopo sei ore, l’hanno rilasciato. Il suo occhio sinistro era tumefatto. I suoi effetti personali erano in una busta su cui gli agenti avevano scritto “Emmanuel Negro”. Foster non è un criminale. E’ solo nero.

Ora sono in molti a chiedersi  “perchè” il numero di questi avvenimenti stia aumentando in maniera smisurata. Complice di questo aumentare vertiginoso di casi di Xenofobia, è l’enfasi rabbiosa sulla sicurezza che ha caratterizzato l’ultima campagna elettorale del PDL e dei suoi alleati(in particolar rilievo la Lega Nord). Complici di questi atti sono le numerose affermazioni di vari candidati ed ora ministri, specialmente xenofobi della Lega Nord, come ad esempio Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, che dice: “Gli immigrati devono andare a pisciare nelle moschee“.

Quando poi il ministro delle riforme Umberto Bossi ha affermato che gli italiani non vogliono i “bingo bongo” nel loro paese, il razzismo da osteria del terzo governo Berlusconi è diventato ufficiale. Non c’è da meravigliarsi che il nostro Presidente del Consiglio, dopo l’elezione di Obama, lo abbia definito “giovane, bello e abbronzato“.

Ma, in realtà cos’è la Xenofobia?

Letteralmente, è la paura dello straniero, dai greci fobìa (paura) e xenos, che, com’è noto, significa sia “straniero”, “estraneo”, “nemico”, sia “ospite”.
In effetti, nell’uso comune, più che la paura la xenofobia è l’avversione, l’antipatia o l’intolleranza nei confronti di ciò che proviene dall’estero (e “dall’esterno” in vari sensi del termine), quindi anzitutto verso chi è straniero o percepito come tale.

Così, “gusti xenofobi” sono quelli di chi è istintivamente o indiscriminatamente contrario a prodotti o cibi provenienti dall’estero; “atteggiamenti xenofobi” sono quelli che implicano, indicano o esprimono la paura dello straniero o l’avversione nei suoi confronti, dove l’avversione può essere provocata dalla paura, dalla percezione dello straniero come nemico o come minaccia all’incolumità propria o di altri, al proprio tenore di vita, all’integrità dei propri costumi e della propria cultura, o anche semplicemente come fonte di fastidio, seccatura, disturbo.

L’ultimo caso  di possibile Xenofobia è quello avvenuto a Nettuno, dove 3 ragazzi di 28, 19 e 16 anni hanno dato fuoco ad un25enne Indiano. Perchè? Perchè l’ora tarda, lo sballo da locali notturni, la droga e l’alcool non riuscivano più a soddisfare il loro ego, oramai ridotto ad un ammasso di poltiglia, ed è per questo che in quel momento, la mente bacata di 3 giovani, li portava a spargere benzina su un giovane indifeso.

Ora, i casi sono due: nel caso lo abbiano fatto per motivi razziali, i due rientrano nella categoria sociale degli ignoranti e dei nostalgici fascisti, che oramai chiusi nella loro ottusaggine non sono capaci di pensare ad altro. La razza Ariana prevale, l’immigrato, lo straniero perisce. Tutto questo non fa altro che porre l’accento su ciò che è stato detto in precendenza: ovvero, la politica Italiana non fa altro che incitare all’odio verso gli immigrati, gli stranieri, i “bingo bongo”, gli zingari, i rom e chi più ne ha più ne metta.

Ma questa volta non mi sento di criticare la politica Berlusconiana ed è proprio da questo non comune spunto che nasce quest’altro caso: i tre ragazzi hanno preso, picchiato, coperto di benzina e bruciato quell’indiano, solamente per noia e un pò per divertirsi. Ed è proprio questa la cosa più drammatica, la cosa che dovrebbe farci riflettere ancor di più. Gli atti di xenofobia nel nostro paese stanno aumentando a dismisura, ma ancor peggiore è la totale mancanza di valori. E’ questo che preoccupa.

Ora, facciamoci una promessa e stringiamoci la mano. Il governo torni a fare il governo, evitando decreti, leggi ad-personam/ad-aziendam, condoni, intercettazioni e giustizia. E noi, promettiamo solennemente e col cuore in mano di provare ad uscire da questo tubo, da questo tunnel buio e fitto che è la realtà odierna. Ci state?

Segnalazioni:

Napolitano sulla Xenofobia: http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo440366.shtml

Maroni sul Razzismo: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/roma-aggressione/maroni-parte-civile/maroni-parte-civile.html

La parola “clandestino”: http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1146.html

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Questione di definizioni


Prendo spunto dal commento di giannitoffali per chiarire ulteriormente e, spero, definitivamente com’è andata la storia giudiaria del Sen. Andreotti. E visto che ci sto, do il benvenuto a tutti i lettori su questo blog, in quanto si tratta tra l’altro, del mio post. Avevo intenzione originariamente di rispondere via commento ma ho deciso di approfondire la ricerca e mettere su un qualcosa di più corposo. Spero possiate seguirmi, sarò breve e schematico. Ultima avvertenza: quello che vi dico è quello che è realmente accaduto, comprovabile dagli atti processuali e da documenti esistenti.

Iniziamo sottolineando che parleremo del primo processo Andreotti, quello nato dal presunto incontro con Andrea Manciaracina, fedele di Totò Riina e non del successivo per l’omicidio Pecorella.

Il processo di primo grado, tenuto dal tribunale di Palermo, ebbe i natali dal colloquio tenuto dal Senatore con il già citato Manciaracina, in cui, secondo l’imputato, si sarebbe dovuto parlare di pesca. Il tribunale considera in tot la condotta di A. dall’inizio della sua presunta collusione fino a dopo gli anni ’80 e decide di assolvere con formula piena l’imputato (con la tipica espressione “perchè il fatto non sussiste”). Come per tutti i processi penali però, c’è la possibilità di appello, a cui si rifà la procura palermitana, portando il caso quindi davanti alla Corte d’Appello di Palermo appunto.

Siamo tra il 2002/03 quando proprio questa Corte fa una distinzione fondamentale nel processo: separare cioè ciò che è accaduto prima del 1980 da quello che è accaduto dopo, cioè, la presunta collaborazione con Cosa Nostra di Andreotti dall’incontro con il braccio di Riina, avvenuto il 15 Agosto 1995. Si arriva così ad accertare che, fino al 1980, l’imputato ha tenuto un comportamento non solo tollerante verso l’organizzazione criminale, bensì tale da poterlo definire di volontario favoreggiamento verso la Mafia.

Cosa dice dunque, in parole sintetiche, la sentenza d’appello? Che fino al 1980 per il sen. Andreotti è comprovata la collaborazione con Cosa Nostra, mentre, dopo il 1980 è tutto in dubbio e quindi non si può procedere ad una certa condanna, al contrario dei fatti precedenti. Ma a questo punto entra in ballo la prescrizione, ovvero quel limite temporale che pone un termine massimo ad un processo oltre il quale l’imputato non può essere condannato ad una pena, ma può essere comunque dichiarato colpevole. Infatti il termine della prescrizione per il reato di favoreggiamento esterno (art. 416 del Codice Penale) scade il 20 Dicembre 2002 perchè contro il sen. non è possibile utilizzare il favoreggiamento aggravato a favore di un’associazione mafiosa, dato che questo reato (art.416-bis) è previsto solo dal 1982 e le leggi penali non sono retroattive. In pratica la collaborazione esterna con la mafia, quando Andreotti la commise non era ancora reato.

A questa sentenza, etrambe le parti presentano appello in Cassazione: la difesa perchè comunque sa che la prescrizione non è un’assoluzione e quindi vuole che la figura dell’imputato esca realmente immacolata dal processo e l’accusa perchè ritiene che anche i fatti dopo il 1980 siano sufficientemente provati per dare seguito ad una condanna.

Arriviamo finalmente al 15 Ottobre 2004 quando la seconda sezione penale della Corte di Cassazione emette la sentenza definitiva sul caso Andreotti. Il testo potete trovarlo alla fine dell’articolo, per chi avesse voglia di controllare che ciò che ho detto fin qui, si attiene a quegli scritti. Anche la Suprema Corte distingue il caso in due periodi:

  • fino al 1980: il favoreggiamento esterno del Sen. Andreotti è pienamente comprovato e resta valida la sentenza della Corte di Appello, ma non si può procedere a condannare l’imputato ad una pena perchè nel frattempo sono sopraggiunti i termini di prescrizione del reato. Altresì, non può essere assolto con formula piena (cioè per non aver commesso il fatto) perchè le prove ci sono e la prescrizione comunque impedisce una revisione del processo.
  • dopo il 1980: molti indizi e comportamenti di Andreotti lasciano pensare ad una collusione mafiosa del Senatore ma non ci sono prove valide per condannarlo – sopratutto per condannare un uomo di quel calibro, aggiungerei io. La Corte si lascia comunque “scappare” un giudizio su come una condotta del genere non sia propriamente adatta ad un Primo Ministro. Ma sappiamo bene che con il buon senso in Italia non si va da nessuna parte.

Dopo tante parole spero che il concetto che vi rimanga sia che Andreotti non è innocente. Non c’è stata la parte esecutiva della sentenza, quindi non è stato incarcerato od altro perchè si è andati “fuori tempo massimo”.

Tornando al commento che ha scaturito questo mio post, inviterei giannitoffali a riflettere sul significato di “criminale” e di “mafioso” in quanto le ha usate un po’ come si usa il parmigiano sulla pasta, per condire senza alcuna base, illazioni che, volendo, sarebbero anche perseguibili per legge.

Aspettandomi risposte e contestazioni sensate e magari basate sui fatti,

vi saluto calorosamente.

T.T.

Allegati:

– il testo della sentenza della Corte di Cassazione sul processo Andreotti. (.doc 509kb, 221 pag.)

Viva Caselli! Viva il Pool Antimafia!


Mi sentivo in dovere di farlo, anche senza saperne realmente il perchè.

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Viva Caselli! Viva il pool antimafia!

Un ragazzo è morto fulminato mentre lavorava. Si chiamava Giuseppe Gatì. Ci aveva colpito il suo grido disperato a favore del giudice Caselli e del pool antimafia nell’indifferenza e nell’ostilità di decine di persone. Giuseppe fu bloccato, identificato e trattenuto per ore in una stanza. E’ stato riportato che la sua morte è dovuta a un incidente e che è stata aperta un’inchiesta. Il blog ne seguirà gli sviluppi.
Mentre scrivo ho in mente le parole della “Canzone del maggio” di Fabrizio De Andrè:
E se credete ora – che tutto sia come prima – perché avete votato ancora – la sicurezza, la disciplina – convinti di allontanare – la paura di cambiare – verremo ancora alle vostre porte – e grideremo ancora più forte – per quanto voi vi crediate assolti – siete per sempre coinvolti…“.
Ieri è stato inserito un commento dedicato a Giuseppe che riporto.

“Stamattina Giuseppe Gatì è morto.
Incredibile, vero? Noi l’abbiamo visto con i nostri occhi e ancora non ci crediamo.
Giuseppe è morto mentre lavorava: era andato a prendere il latte da un pastore ed è morto fulminato mentre apriva il rubinetto della vasca refrigerante del latte. E’ morto dentro una bettola di legno, sporca.
E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani Campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.
Era troppo pulito per vivere in mezzo a questo fetore e a questo schifo.
Aveva urlato “VIVA CASELLI! VIVA IL POOL ANTIMAFIA!” era stato anche criticato per questo, ma aveva smosso queste acque putride e stagnanti che ci stanno soffocando.
Era un ragazzo dolcissimo, dava amore, desiderava amore.
Suo padre oggi ha detto, distrutto dal dolore, in lacrime: “Sono sempre stato orgoglioso di mio figlio, anche se a volte ho dovuto rimproverarlo, solo perchè mi preoccupavo per lui. Ma sono orgoglioso di lui per tutto quello che ha fatto.” Giuseppe questo lo sapeva.
Anche noi, Alessia, Alice e tutti i suoi amici siamo orgogliosi di lui. Non sappiamo come esprimere il nostro dolore. Ancora non riusciamo a crederci.
Vi lasciamo con le sue parole:
E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci’.”

La contestazione di Giuseppe Gatì a Sgarbi:

Con alcuni amici l’altro giorno mi sono recato presso la biblioteca comunale di Agrigento per contestare con volantini e videocamera Vittorio Sgarbi. Ci siamo soffermati su due punti in particolare: la condanna in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello stato, e quella in primo e secondo grado, poi andata prescritta, per diffamazione del giudice Caselli. Dopo quasi due ore di ritardo ecco che arriva, in sala la gente rumoreggia e fischia. Subito dopo aver preso la parola, naturalmente con qualche volgarità annessa, inizia la nostra contestazione. Nel video non si vedono o sentono certe cose. Sono stato subito preso e spintonato da un vigile, mentre qualcuno tra la folla mi rifilava calci e insulti. Sgarbi, prima chiedeva che venisse sottratta la videcamera alla mia amica, e dopo cercava lui stesso di impossessarsene.
Ma è importante sapere cosa succede dopo. I miei amici vanno via perchè impauriti, mentre io vengo trattenuto dai vigili. Si avvicina un uomo in borghese, che dice di appartenere alle forze dell’ordine e cerca di perquisirmi perchè vuole la videocamera (che ha portato via la mia amica). Io dico che non puo’ farlo e lui mi minaccia e mi mette le mani addosso. Arriva un altro personaggio, e minaccia di farmela pagare, ma i vigili lotengono lontano. Dopo vengo preso e portato in una sala appartata della biblioteca, dove la polizia prende i miei documenti e il telefonino. Chiedo di vedere un avvocato (ce n’era addirittura uno in sala che voleva difendermi), per conoscere i miei diritti, ma mi rispondono di no. Mi identificano piu volte e mi perquisiscono. Poi mi intimano di chiamare i miei amici, per farsi consegnare la videocamera, ma io mi rifiuto. Arriva di nuovo il presunto appartenente alle forze dell’ordine in borghese e mi dice sottovoce che lui dirà di esser stato aggredito e minacciato da me. Non mi fanno parlare, non mi posso difendere. Dopo oltre un’ora e mezza mi dicono che non ci sono elementi per essere trattenuto ulteriormente, mi fanno fermare il verbale di perquisizione e mi congedano con una frase che non posso dimenticare: “Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro…”

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Segnalazioni:

Gruppo dedicato a Giuseppe Gatì su Facebook

Post precedente su BeppeGrillo.it: “L’Italia rovesciata

Ancora, Giuseppe Gatì: http://www.affaritaliani.it/mediatech/vitadafacebook/giuseppe-gati-beppe-grillo020209.html