Archivio per 2 febbraio 2009

Questione di definizioni


Prendo spunto dal commento di giannitoffali per chiarire ulteriormente e, spero, definitivamente com’è andata la storia giudiaria del Sen. Andreotti. E visto che ci sto, do il benvenuto a tutti i lettori su questo blog, in quanto si tratta tra l’altro, del mio post. Avevo intenzione originariamente di rispondere via commento ma ho deciso di approfondire la ricerca e mettere su un qualcosa di più corposo. Spero possiate seguirmi, sarò breve e schematico. Ultima avvertenza: quello che vi dico è quello che è realmente accaduto, comprovabile dagli atti processuali e da documenti esistenti.

Iniziamo sottolineando che parleremo del primo processo Andreotti, quello nato dal presunto incontro con Andrea Manciaracina, fedele di Totò Riina e non del successivo per l’omicidio Pecorella.

Il processo di primo grado, tenuto dal tribunale di Palermo, ebbe i natali dal colloquio tenuto dal Senatore con il già citato Manciaracina, in cui, secondo l’imputato, si sarebbe dovuto parlare di pesca. Il tribunale considera in tot la condotta di A. dall’inizio della sua presunta collusione fino a dopo gli anni ’80 e decide di assolvere con formula piena l’imputato (con la tipica espressione “perchè il fatto non sussiste”). Come per tutti i processi penali però, c’è la possibilità di appello, a cui si rifà la procura palermitana, portando il caso quindi davanti alla Corte d’Appello di Palermo appunto.

Siamo tra il 2002/03 quando proprio questa Corte fa una distinzione fondamentale nel processo: separare cioè ciò che è accaduto prima del 1980 da quello che è accaduto dopo, cioè, la presunta collaborazione con Cosa Nostra di Andreotti dall’incontro con il braccio di Riina, avvenuto il 15 Agosto 1995. Si arriva così ad accertare che, fino al 1980, l’imputato ha tenuto un comportamento non solo tollerante verso l’organizzazione criminale, bensì tale da poterlo definire di volontario favoreggiamento verso la Mafia.

Cosa dice dunque, in parole sintetiche, la sentenza d’appello? Che fino al 1980 per il sen. Andreotti è comprovata la collaborazione con Cosa Nostra, mentre, dopo il 1980 è tutto in dubbio e quindi non si può procedere ad una certa condanna, al contrario dei fatti precedenti. Ma a questo punto entra in ballo la prescrizione, ovvero quel limite temporale che pone un termine massimo ad un processo oltre il quale l’imputato non può essere condannato ad una pena, ma può essere comunque dichiarato colpevole. Infatti il termine della prescrizione per il reato di favoreggiamento esterno (art. 416 del Codice Penale) scade il 20 Dicembre 2002 perchè contro il sen. non è possibile utilizzare il favoreggiamento aggravato a favore di un’associazione mafiosa, dato che questo reato (art.416-bis) è previsto solo dal 1982 e le leggi penali non sono retroattive. In pratica la collaborazione esterna con la mafia, quando Andreotti la commise non era ancora reato.

A questa sentenza, etrambe le parti presentano appello in Cassazione: la difesa perchè comunque sa che la prescrizione non è un’assoluzione e quindi vuole che la figura dell’imputato esca realmente immacolata dal processo e l’accusa perchè ritiene che anche i fatti dopo il 1980 siano sufficientemente provati per dare seguito ad una condanna.

Arriviamo finalmente al 15 Ottobre 2004 quando la seconda sezione penale della Corte di Cassazione emette la sentenza definitiva sul caso Andreotti. Il testo potete trovarlo alla fine dell’articolo, per chi avesse voglia di controllare che ciò che ho detto fin qui, si attiene a quegli scritti. Anche la Suprema Corte distingue il caso in due periodi:

  • fino al 1980: il favoreggiamento esterno del Sen. Andreotti è pienamente comprovato e resta valida la sentenza della Corte di Appello, ma non si può procedere a condannare l’imputato ad una pena perchè nel frattempo sono sopraggiunti i termini di prescrizione del reato. Altresì, non può essere assolto con formula piena (cioè per non aver commesso il fatto) perchè le prove ci sono e la prescrizione comunque impedisce una revisione del processo.
  • dopo il 1980: molti indizi e comportamenti di Andreotti lasciano pensare ad una collusione mafiosa del Senatore ma non ci sono prove valide per condannarlo – sopratutto per condannare un uomo di quel calibro, aggiungerei io. La Corte si lascia comunque “scappare” un giudizio su come una condotta del genere non sia propriamente adatta ad un Primo Ministro. Ma sappiamo bene che con il buon senso in Italia non si va da nessuna parte.

Dopo tante parole spero che il concetto che vi rimanga sia che Andreotti non è innocente. Non c’è stata la parte esecutiva della sentenza, quindi non è stato incarcerato od altro perchè si è andati “fuori tempo massimo”.

Tornando al commento che ha scaturito questo mio post, inviterei giannitoffali a riflettere sul significato di “criminale” e di “mafioso” in quanto le ha usate un po’ come si usa il parmigiano sulla pasta, per condire senza alcuna base, illazioni che, volendo, sarebbero anche perseguibili per legge.

Aspettandomi risposte e contestazioni sensate e magari basate sui fatti,

vi saluto calorosamente.

T.T.

Allegati:

– il testo della sentenza della Corte di Cassazione sul processo Andreotti. (.doc 509kb, 221 pag.)

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